La Compagnia

CURRICULUM DELLA COMPAGNIA

Le Beffe Teatro è una compagnia teatrale di Lucca fondata nel 2008, da attori  provenienti da percorsi formativi  individuali e partecipazioni a vari progetti come il laboratorio sulla follia, ispirato ad un testo di Pinter “La serra”, la realizzazione dello spettacolo “La cantatrice calva” di Ionesco saggio finale degli allievi di Iardramma nel 2004, “Pestis” spettacolo itinerante sulla peste del 1300 a Lucca, “Il potere deviato” sul teatro della crudeltà di Artoud con la realizzazione dei “Cenci”, un lungo studio sulla controversa  figura di Gemma Galgani, la santa di Camigliano ed infine “Giorni felici” di Beckett.

Questi lavori passati hanno di fatto, gettato le basi per quello che è il  percorso della compagnia sin dal suo debutto, un teatro “emozionale” che deve creare dei sani conflitti nello spettatore, “Il Re muore” di Ionesco, il primo spettacolo ufficiale, è la giusta continuazione di alcuni progetti di cui sopra, dove il senso della vita e della morte viene “spiegato” attraverso il grottesco e la filosofia, concetto atipico nel teatro di Ionesco dove non esiste una trama logica, infatti questo è l’unico suo  testo con una “storia” vera, ambientata in un fantomatico regno popolato da personaggi strani ma estremamente reali nella loro funzione, le due Regine che sono complementari, il Medico vero servo o suddito che si svende al primo padrone, la Guardia e Juliette, caricature di loro stessi ed infine Re Berenger, buffone guitto e poeta di se stesso, che accettando la sua fine si rivelerà, alla fine, un vero re che con la dignità delle armi accetta la morte quasi come una liberazione, fulminea ed intensa, bruciata in un ora e mezzo.

La chiave di lettura che la Compagnia ha dato del testo, ci rimanda, indirettamente ad altri sentimenti contrastanti estrinsecati nei “Cenci” di Artoud, spettacolo frutto di un lungo laboratorio di un anno su vittima e carnefice, dove gli allievi-attori si mettevano in gioco a 360 gradi, simulando una violenza più psicologica che fisica, a differenza della sua denominazione originaria, il teatro della crudeltà viene inteso non come violenza fisica e coercitiva ma come impossibilità da parte dello spettatore di uscire da una situazione oggettiva dove la crudeltà è lucida, e non avendo via di scampo, si resta inchiodati alla storia, sino alla fine, subendo la situazione in se.

In quella fase di studio, gli attori si  alternavano nei ruoli ed attraverso questo “allenamento emotivo” sia la vittima che il carnefice, alla fine, si identificavano in una sola entità, travalicando equilibri precostituiti tra il Conte Cenci e sua figlia Beatrice o tra Re Berenger e la Regina Margherite, in entrambi i casi l’analogia più evidente è il senso di “condanna”; il Conte Cenci condanna sua figlia alla pena più estrema, la totale mancanza d’amore mentre la Regina Margherite porta Re Berenger a convincersi che la morte è la soluzione più giusta alla sua inutile immortalità … che tutti periscano purché io viva in eterno in un deserto senza confini … recita Berenger nel preludio alla sua fine e ribaltando ancora i ruoli ecco che Beatrice nel finale, quando la sua condanna a morte deve essere eseguita spera di non incontrare il padre all’inferno perche vanificherebbe la sua morte e forse, anche Berenger spiazza tutti, con la sua rassegnazione e la sua forza interiore, che genera il monologo finale a due voci delle due Regine, diventate una sola persona,  per quei giusti e doverosi onori che si danno ad un Re morto e solo allora capiranno il vuoto delle loro vite in quel regno di carta, dove vivranno relegate in eterno.

Il secondo spettacolo della Compagnia  “Randagi” si ispira ad un fatto di cronaca avvenuto nella primavera del 2010 in Sicilia, dove un branco di cani randagi ha aggredito due persone che purtroppo sono rimaste uccise per le ferite procurate dai morsi. L’autore, oltre al fatto di cronaca in se, ha puntato il dito direttamente, sulla impossibilità di reazione che esseri umani, apparentemente “sicuri di se”, hanno davanti ad un  fatto del tutto causale ed imprevedibile come “l’invasione”, nel proprio giardino di casa, di tre cani randagi che bloccando l’ingresso non consentono l’uscita dalla casa. Un uomo ed una donna, affermati professionisti nel mondo dell’imprenditoria e della finanza quindi in carriera, vivono la loro tranquilla vita  inquadrata secondo gli stereotipi della società di oggi, o almeno di una parte di essa che è quella dell’apparire sempre e comunque, con tutti gli accessori annessi: bella casa, pc ultima generazione, vestiti firmati, palmari, vacanze esotiche e badante extracomunitaria per il padre della donna che si rivelerà, nel finale della storia, determinante per il cambiamento delle loro coscienze. In una tranquilla mattina, mentre si stanno preparando per andare al lavoro accade l’imprevisto, con l’invasione nella zona dove abitano di un branco di cani randagi che scatenerà una reazione inconsulta dei tre, che non sanno come fronteggiare l’emergenza e proprio  per questa loro impotenza, l’uomo è stato morso nel tentativo di uscire, cominciano a “cambiare” assumendo metaforicamente, tranne la badante, le sembianze fisiche ed interiori dei cani e cosi vedranno sgretolarsi in un attimo tutte le loro sicurezze, saltano tutti gli impegni di lavoro, e vedranno la loro vita completamente ribaltata, senza appello se non nel finale quando passato il pericolo, la badante, l’unica lucida nell’ imminente pericolo, li ricondurrà alla normalità. “Randagi”, nella preparazione si è piano piano trasformato, per gli attori, in quel allenamento emotivo suesposto, infatti la struttura drammaturgica ed interpretativa, è divisa in tre parti, nell’ordine: la normalità quotidiana, la rivelazione del dramma ed infine il disfacimento emotivo, fisico ed ambientale, e gli attori sono “passati” in poco tempo, tra queste dimensioni recitative, miscelando voce e corpo a secondo dei momenti della storia, in un crescendo finale dove il corpo è l’unico protagonista.

La Compagnia, per la stagione 2011/12, presenta “Enrico IV” di Luigi Pirandello, uno dei più significativi e rappresentativi drammi del drammaturgo siciliano, inserito in quella particolare sezione di “teatro nel teatro”, che annovera capolavori come i “Sei personaggi in cerca d’autore”, “Questa sera si recita a soggetto”. “I giganti della montagna” ecc..

La fama di questo testo è legata a quel concetto di follia presente in molti lavori pirandelliani come nella sua vita privata, la moglie soffri per parecchio tempo di crisi depressive che la portarono a continui ricoveri, peraltro senza grandi risultati, e forse per esorcizzarla scrisse questa come altre storie, dove, questo è uno degli interrogativi chiave della sua analisi del fenomeno, ha sempre “assolto” il presunto malato, si perché non è mai chiaro se effettivamente ci troviamo di fronte a dei personaggi alterati o no, ma forse siamo tutti presumibilmente disturbati, perché la follia è insita nell’ essere umano, che la controlla senza essere cosciente di farlo, in sintesi ci troviamo di fronte ad una “follia sana”, una parvenza di comportamento appunto normale, Ciampa propone alla moglie del principale di fingersi pazza, cosi mette a tacere le voci del paese, la signora Frola e suo genero, sempre di fronte agli altri, s’inventano mille scuse per giustificare lo strano nascondersi della loro congiunta ed Enrico IV? Si può giustificare una morte accidentale e poi  dire semplicemente che si è pazzi? In una situazione estrema come quella del finale di Enrico, per parafrasare un termine giuridico, si dovrebbe fare una perizia psichiatrica che ridurrebbe la pena ma in questo caso, l’atto dell’omicidio è una liberazione dai propri demoni e quando « ENRICO IV (fulmineamente, cavando la spada dal fianco di Landolfo che gli sta presso) Non sono pazzo? Eccoti! (E lo ferisce al ventre. È un urlo d’orrore. Tutti accorrono a sorreggere Belcredi, esclamando in tumulto)

DI NOLLI T’ha ferito?
BERTOLDO L’ha ferito! L’ha ferito!
DOTTORE Lo dicevo io!
FRIDA Oh Dio!
DI NOLLI Frida, qua!
DONNA MATILDE È pazzo! È pazzo!
DI NOLLI Tenetelo!
BELCREDI (mentre lo trasportano di là, per l’uscio a sinistra, protesta ferocemente) No! Non sei pazzo! Non è pazzo! (Escono per l’uscio a sinistra, gridando, e seguitano di là a gridare finché sugli altri gridi se ne sente uno più acuto di Donna Matilde, a cui segue un silenzio)

ENRICO IV (rimasto sulla scena tra Landolfo, Arialdo e Ordulfo, con gli occhi sbarrati, esterrefatti dalla vita della sua stessa finzione che in un momento lo ha forzato al delitto) Ora sì… per forza… (li chiama intorno a sé, come a ripararsi) qua insieme, qua insieme… e per sempre

Nella stagione 2012/2013, la Compagnia porta avanti l’ambizioso progetto dell’Antigone di Sofocle, una delle più note ed importanti opere della drammaturgia greca, non a caso il mito moderno di Antigone, sempre attuale, rende la tragedia di Sofocle “l’opera più perfetta che lo spirito umano abbia mai prodotto”, cosi la definì il grande filosofo Hegel. La lettura che ne fa la Compagnia è molto particolare, e forse, basta solo leggere le note di regia allo spettacolo, per capire e definire meglio, il messaggio teatrale.

Giovanna D’ARCO ( Domrèmy, 6 gennaio 1412 – Rouen, 30 maggio 1431) è una eroina nazionale francese, venerata come santa dalla Chiesa Cattolica, oggi conosciuta come la Pulzella d’Orlèans. Durante la guerra dei Cento anni, guidò vittoriosamente le armate francesi contro quelle inglesi, sottoposta ad un processo per eresia, il 30 maggio 1431, fu condannata al rogo e arsa viva, aveva 19 anni. Beatrice CENCI (Roma, 6 febbraio 1577 – Roma, 11 settembre 1599) fu una giovane nobildonna romana giustiziata per parricidio e poi assurta al ruolo di eroina popolare, segregata dal padre Francesco CENCI, uomo violento e dissoluto, nel castello di Petrella, per impedirle di sposarsi, aveva 22 anni. Charlotte Corday d’Armont (Saint- Saturnin- des- Ligneries, 27 luglio 1768 – Parigi, 17 luglio 1793) è stata una rivoluzionaria francese, condannata alla ghigliottina per l’uccisione di Jean –Paul Marat, principale sobillatore della guerra civile e della proscrizione dei suoi compagni Girondini, aveva 25 anni. Rosa Luxemburg (Zamosc, 5 marzo 1871 – Berlino, 15 gennaio 1919) è stata una politica tedesca, teorica del socialismo rivoluzionario, assassinata per essersi da sempre battuta contro la limitazione della liberta civile e di stampa del governo socialdemocratico tedesco, antesignano del nazismo, aveva 48 anni. Anna Stepanovna Politkovskaia ( New York, 30 agosto 1958 – Mosca, 7 ottobre 2006) è stata una giornalista russa molta conosciuta per il suo impegno dei dirritti umani, per i suoi reportage dalla Cecenia e la sua opposizione al governo di Putin, è stata assassinata il 7 ottobre 2006, aveva 48 anni. “Ed io a chi ha il comando dei Cadmei dico che, se nessuno oggi mi segue a seppellirlo, io lo seppellirò. E’ mio fratello, e se questo è un pericolo, l’affronterò, e avrà la sepoltura. Non mi vergogno d’essere chiamata ribelle ed infedele alla città. L’essere nati dallo stesso grembo che ci ha dato la vita, da una madre infelice e da un padre sventurato, è un vincola possente e da temere. E tu anima, prendi la tua parte di questi mali, mostra il tuo volere a chi non sa quello che fa, e, viva, a chi è morto, e il tuo amore di sorella. Neppure i lupi spinti dalla fame potranno riempire il ventre vuoto con le tue carni. Nessuno lo creda. Sono una donna, ma saprò il modo di trovargli una tomba, scaverò la terra con le mani, e per portarla avrò la mia veste di lino, io stessa lo coprirò. E a nessuno venga in mente che questo non accada: il mio coraggio mi darà il mezzo per potere agire”. (Antigone, Sette contro Tebe Eschilo). Avevano avuto tutte un sogno ma non l’hanno vissuto, ecco perché è stato l’ultimo, e dopo, il silenzio.

Nel giugno 2014, Le Beffe Teatro organizzano il primo laboratorio sulla recitazione grottesca, intesa come base espressiva ed attoriale, per definire meglio alcune figure specifiche come il clown o le maschere della Commedia dell’Arte.

La definizione di grottesco recita cosi; Bizzarro, deforme al punto da risultare ridicolo (figura): Paradossale, innaturale, stravagante, eccentrico (personaggio): Situazione e sensazione che scaturiscono da ciò che è strano, paradossale (vicende, fatti).

In teatro come nel cinema, quando si parla di carattere grottesco s’intende appunto una situazione, con i relativi protagonisti, fuori dal comune, dilatata, con una recitazione sopra le righe in parole povere un po’ esagerata, con l’uso di una tecnica specifica che l’attore è tenuto a rispettare se vuole essere credibile, a seconda del significato intrinseco della storia. Partiamo dal presupposto che tutto può essere grottesco, comico, nel senso che ogni situazione o testo, possono diventare con dovuti accorgimenti, paradossali e provocatori, si pensi alla Divina Commedia declamata in chiave grottesca.

Questo studio in teatro, oltre che  tecnicamente, ha una valenza culturale notevole, si pensi ad autori come Ionesco, Bekhett, Moliere, Pirandello, Jarry, ecc., ecc., la lista è infinita, cosi come quella degli artisti, Fo, Kantor, Wertmuller, Fellini, Cobelli, Poli che hanno dato un grosso contributo, rendendo quasi tutto, un grande gioco. Un attore è voce, espressione e corpo, tutti elementi che devono confluire nella recitazione e nel nostro caso specifico, devono essere dilatati, ma andiamo per ordine: la voce è strumento quasi primario per l’attore che viene adattata di volta in volta, a seconda dell’autore, della storia, della regia, nel grottesco è amplificata, che non significa urlare come riferimento citiamo il clown che deve farsi sentire sino all’ultima fila e per questo ha bisogno di tanto fiato, chiaramente senza l’ausilio di microfoni vari, quindi ci vuole una particolare tecnica di respirazione dove s’incamera tanta aria per reggere la voce con un allenamento  quasi sportivo, nel gergo si dice fare fiato,  che un attore deve sapere per la sua voce, in poche parole,  non si dovrebbe fumare, camminare, fare jogging, indipendentemente dalla  recitazione. Il primo incontro verterà, oltre che sulle tecniche di respirazione, su elementi di recitazione ed il testo di riferimento è Ubu Re di Jarry, che trovate in allegato.

Torniamo al clown ed alle sue svariate espressioni del volto, che con l’aiuto di un adeguato trucco, trasformano il medesimo in una maschera ,ma non sempre il trucco ci viene in aiuto, allora dobbiamo trasformare il nostro viso in una maschera usando  ogni  millimetro di pelle disponibile dalla fronte al mento, quindi occhi, naso e bocca, con relativi allenamenti mutuati dal mimo di base.

Al riguardo, si deve precisare che ogni minima espressione del  volto è conseguenziale al parlato e viceversa, nella Commedia dell’Arte i personaggi, pur avendo le loro maschere, recitano sia con la voce che con il volto, e questa è la regola di base, ad una battuta triste deve corrispondere una espressione triste e viceversa ma nel grottesco l’espressione va tenuta, che significa mantenerla viva per qualche secondo sul nostro viso.

Il secondo incontro verterà sulle singole tecniche di espressioni mimiche del volto, con relative improvvisazioni di gruppo.

Il terzo ed ultimo incontro è il compendio ai primi due,  il nostro corpo.

I personaggi comici sono molto fisici proprio per quello già esposto, quindi anche il  corpo si adatta  alle varie situazioni teatrali e sempre per ricordare il clown, tutta la gestualità è dilatata, le camminate, le braccia, le mani, il busto, devono creare una partitura recitativa abbastanza precisa nella ricerca dei tempi comici e della presa dello spazio, sia sotto uno  chapiteau o su un palcoscenico, in fondo il pubblico è lo stesso.

Infine, si parlerà  dello studio del personaggio grottesco, che non si differenzia da quello usuale tranne che per la lettura interpretativa dello stesso, incentrata quasi sempre a sviscerare il paradosso in ogni situazione, per rendere sempre godibile ed irriverente l’antico gioco del teatro, la finzione come specchio della realtà.

Per la stagione 2014/2015, la Compagnia torna a Ionesco con La Cantatrice calva, uno dei testi più importanti del Teatro dell’Assurdo forse il primo grande manifesto di non sense teatrale che con Ubu Re di Jarry e Aspettando Godot di Beckett sono ormai grandi classici del teatro.

Rappresentata ininterrottamente da 60 anni in un piccolo teatro parigino, purtroppo a rischio chiusura, è la storia di una coppia, i Sig.ri Smith, che nella loro casa presumibilmente a Londra, parlano del più e del meno su argomenti che variano dalla cucina alla situazione britannica ecc.. La cameriera Mary, al ritorno dal cinema, annuncia la visita dei Sig.ri Martin che anche loro, come gli Smith, iniziano a parlare e dopo un originalissimo dialogo scoprono di essere marito e moglie. L’ultimo personaggio ad entrare è il capitano dei pompieri che vuole a tutti i costi domare un incendio inesistente e quando esce di scena lascia i quattro personaggi in balia dei loro discorsi surreali che diventano, con un ritmo incalzante, fastidiosi suoni ripetuti ossessivamente in delirio sonoro che prelude alla fine di tutto. Il teatro di Ionesco è impossibile raccontarlo o analizzarlo come vorrebbe la logica “teatrale”, analisi del testo, studio del personaggio, lettura scenica ecc, ci si può solo affidare alla situazione ed al  particolare linguaggio che connota tutti i lavori dell’autore franco- rumeno, qui portato all’esasperazione per scelta dei temi e dei termini specifici. La Compagnia ha già allestito un altro grande classico di Ionesco, Il Re muore, il meno ioneschiano dove si possono trovare spunti poetici e filosofici, il senso della vita e della morte, totalmente assenti nei testi più noti, Le sedie, Il rinoceronte e appunto la Cantatrice che è il settimo personaggio, menzionato metaforicamente nel finale come quel Godot di beckettiana memoria che non arriva mai.

In conclusione, il linguaggio di Ionesco è ostico, privo di riferimenti, apparentemente non teatrale ma proprio per questo unico, non concedendo nulla la parola è materiale grezzo, duro, difficile da plasmare quindi la soluzione è proprio nell’accettarlo cosi com’è senza paura del confronto con altri autori, Ionesco è unico, o lo si ama o lo si odia.

La Compagnia, a differenza del Re muore e per la prima volta nella sua storia, miscela vari linguaggi come il video, musica, frammenti di teatro danza, studio sulla voce, che si fondono con le parole del testo originale senza svilire il significato delle medesime, ma questo è un eufemismo nel teatro di Ionesco dove il concetto di senso è molto aleatorio se non assente ed proprio questo il fascino segreto di questo “classico”, Ionesco alla sola parola avrebbe sicuramente reagito in modo anticonformista come sovente faceva.

In sintesi, non si deve mai “raccontare” o “spiegare” il teatro, a maggior ragione il Teatro dell’Assurdo, al pubblico la scelta.

Per la stagione 2017/18, la Compagnia debutta con il Woyzeck di Georg Buchner, rimasto incompiuto a causa della morte dell’autore. Il dramma presenta scene tratte dalla vita del soldato Franz Woyzeck, che cerca in tutti i modi di sostenere la sua compagna Marie (non sono sposati) ed il loro figlio. Per guadagnare qualche soldo in più diventa cavia di un dottore per alcuni esperimenti. Marie però lo tradisce con un ufficiale. Il crescente sospetto di Woyzeck viene attizzato da un suo nemico, finché non sorprende Marie ed il rivale ad un ballo presso una taverna. La sua follia lo porta ad attaccare l’ufficiale, ma infine una voce nelle sue allucinazioni gli dice di uccidere la donna.

 

 

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